Mia mamma ha il cancro.
Non c'è molto altro da aggiungere.
Ho rinunciato al lavoro della mia vita per starle accanto. Non l'ho fatto per lei, non mi sento eroica nell'aver fatto questa scelta.
Lei si è sempre sacrificata per me. Io invece l'ho fatto per me stessa, perché io volevo starle accanto. Perché anche se sarebbe stato il lavoro dei miei sogni, io sono prima una persona che una lavoratrice.
Quindi, è stato solo un gesto di egoismo.
Come lo è il fatto di sperare che l'esame istologico dica che non è troppo grave, che si possa curare e che possa guarire. E' solo egoismo, il mio, perché ho troppo bisogno di lei, perché ho perso tanto e troppo nella mia vita e ora non sono in grado di sopportare altro, non questo.
Io sono solo una maledetta egoista ma lei è la mia mamma e io non posso vivere senza di lei.
Quando vado a messa faccio il possibile per mettermi vicino a dove ci sono le candele.
Quelle che mi piacciono sono quelle semplicissime candele lunghe e bianche, le classiche candele da messa da 50 centesimi. Dove vado io sono tenute in piedi da una molletta d'acciaio e nient'altro. Ciò che adoro di loro è quella cera che si scioglie in quel modo.
Le goccioline sciolte scivolano giù lungo le pareti della candela, ma quando si freddano e ghiacciano lì dove sono, vi rimangono. E una dopo l'altra formano nuove cose, danno nuova vita a quella candela che per sua stessa natura brucia e si consuma.
Rimango a guardarle estasiata, incredula, guardo loro e la loro fiamma che arde, la loro cera che però non muore mai, cambia solo forma o posizione, ma non se ne va mai da loro almeno finché loro esistono ancora.
Esistono senza mai smettere di essere.
Non sono meravigliose?
Ci sono cose che odio, forse dovrei scriverle.
Odio le aspettative, perché puntualmente vengono deluse.
Odio il pomeriggio, perché è troppo presto per piangere e troppo tardi per avere speranze.
Odio le caramelle alla fragola, perché le amo troppo e non bastano mai.
Odio l'ignoranza, perché non la posso combattere come vorrei.
Odio gli Scottex, perché sono troppo ruvidi per soffiarsi il naso quando i fazzoletti sono finiti.
Odio l'insonnia, perché continuo a pensare senza sosta.
Odio le oche giulive, perché non sono mai stata una di loro.
Odio le lettere che non ho mai spedito, perché mi chiedo ancora se le cose sarebbero andate in modo diverso se le avessi fatte recapitare.
Odio le penne blu, perché sono blu.
Odio il telefono senza fili, perché distorce le informazioni.
Odio le scarpe da ginnastica, perché non sono nel mio personaggio.
Odio le curve, perché a volte avrei voluto farle dritte.
Odio la fiducia, perché viene sempre puntualmente tradita.
Odio il mio disordine, perché fingo essere creativo e in realtà è solo disordine.
Odio le paure, anche se sono molto di ciò che vivo.
Odio le canzoni che mi fanno piangere da sola in macchina, perché mi ricordano che è l'unico posto che mi è rimasto in cui rifugiarmi.
Odio le cernerie, perché s'incastrano sempre dove non devono.
Odio il mio somatizzare il dolore, perché fa già abbastanza male viverlo.
Odio i piatti lisci, perché sono monotoni.
Odio il fatto che non riesco a respirare fino in fondo e allora comincio a respirare compulsivamente, perché una volta di più mi dimostra quanto sono fragile.
Odio la mia pressione bassa, perché mi rende diversa dagli altri.
Ci sono cose che odio, forse dovrei scriverle.
Perché forse, scrivendole, potrei imparare ad odiarle di meno. E a scoprire solo che fanno parte di me.
L'altra sera, in macchina, stavo piangendo.
E' una cosa che ultimamente accade spesso, perché è l'unico luogo in cui posso piangere senza temere di ferire qualcuno.
In quel preciso momento, avevo di fronte la macchina di Alessandro.
Quando è stato il momento di percorrere una grande rotonda, lui ha accostato a destra. Io non ho capito il perché, e sono rimasta perplessa. Ho accostato dietro di lui, in attesa degli eventi.
Lui ha iniziato a camminare nella mia direzione ed io, preoccupata, ho tirato giù il finestrino. Si è avvicinato sempre più e, quando è arrivato di fronte a me, mi ha dato un bacio ed è tornato in macchina.
Poi abbiamo proseguito fino a casa mia, e non abbiamo mai più parlato di quel gesto.
In quel momento, però, io ho capito una cosa che non scorderò mai.
Non era necessario sforzarmi a guardare in Cielo per scoprire se qualcuno mi amava, né dovevo abbassare lo sguardo sotto terra per capirlo.
Bastava che guardassi alla mia stessa altezza, dove ci sono i vivi. Dove ci sono gli angeli. Dove c'è Alessandro.
Vorrei dire al dottore che meno di una settimana fa ha chiesto a mia nonna se aveva fatto l'ortolana perché aveva le mani così rovinate, che no, non ha fatto l'ortolana, è stata una donna semplice e umile che ha preso l'amore che aveva e lo donava a piene mani.
E poi vorrei dirgli che l'amore è fatto di doni, di dolore, di sacrifici, di gioie e che le mani si rovinano perché si vive.
E poi vorrei dirgli che poteva evitare di dire questa frase con tale disprezzo al punto di riuscire a far vergognare mia nonna per le sue mani.
E infine, vorrei dire a quel dottore che ora per colpa sua mia nonna è in Cielo e che almeno lì non dovrà più vergognarsi delle sue mani rovinate, perché lì saranno bellissime e lucenti.
Così com'era lei.
Stamattina, uscendo da casa di Ale, ho trovato sul parabrezza della macchina degli aghi di pino, probabilmente portati dal temporale notturno.
Ho azionato i tergicristalli, sperando di spazzarli via, ma con scarsi risultati. Sono quindi scesa dalla macchina, e ho iniziato a toglierli uno per uno.
All'improvviso mi sono imbattuta in un magnifico spettacolo. Tra gli aghi ho trovato una fogliolina: era piccolissima e secca, ma era perfettamente a forma di cuore.
Ho lanciato uno sguardo verso il Cielo, e ho capito che va tutto bene.
Poi l'ho presa e sono tornata in macchina.
Ho ingranato la marcia, e sono partita. Ma solo per fermarmi poco dopo.
Ho suonato a casa di Ale e ho aspettato che scendesse ad aprirmi.
Quando è arrivato ho preso la fogliolina e l'ho messa tra le sue mani.
Poi sono salita in macchina e sono ripartita verso la mia routine.
Ma quella fogliolina ha cambiato per sempre il senso di questa giornata.
Quella fogliolina mi ha detto che va tutto bene, mi ha detto che amo e che sono amata. Quella fogliolina ha superato il temporale, gli aghi di pino, i tergicristalli e l'azione delle mie mani. Ed è rimasta intatta, lì, sul mio parabrezza.
Quella fogliolina, però, non era lì per me.
Quella fogliolina era lì perché io la trovassi, ne capissi il significato e aiutassi qualcuno a fare altrettanto.
Spero solo di esserci riuscita.
Ultimamente ho sempre pensato che avrei voluto svegliarmi tra dieci anni per scoprire che, alla fine, è andato tutto bene.
Ora invece penso che voglio viverli questi dieci anni per far sì che le cose imparino ad andare per la loro strada, quella giusta davvero.
Ieri notte mi sono resa conto che ultimamente mi capita spesso di tornare a casa tardi e con le scarpe tra le mani.
Forse mi serve stare scalza sull'asfalto, forse sentire la strada sotto la pelle mi serve a capire dove sono.
La bellezza di una persona
non è in ciò che fa,
è in ciò che fa gratuitamente.
Nella clinica di Innsbruck dove è ricoverata mia cugina c’è una pianta.
È alta e stretta. La parte che sta nel terreno è secca e gialla, ed è sostenuta da un bastone, ma è incredibile come la parte superiore sia verde e rigogliosa e non abbia bisogno di nessun sostegno per vivere.
Ecco, questa pianta è stato per me il simbolo del mio viaggio, il simbolo della speranza.
Mi sono portata dentro l’odore di quel posto. Un odore dolce ma forte, indecifrabile.
Ieri c’era il sole, oggi nevicava. Lì è tutto imprevedibile, forse perché lì sono raccolte tutte le conseguenze dell’imprevedibilità della vita. Ho visto cose, persone, situazioni talmente sbalorditive che faccio ancora fatica a rendermene conto davvero.
Non potete immaginare quanti danni possa fare un incidente stradale.
E poi.
E poi c’è Giada, mia cugina. Ho il suo profumo nella pelle, le sue parole nelle lacrime che per la prima volta mi trovo a versare, dopo aver passato ore ed ore a rispedirle al mittente.
Ieri, con estrema fatica, mi ha detto “Devi dirmi quando vieni a trovarmi”.
E oggi “Sei così bella, sei bellissima”. Io le ho detto “Non è vero, sei tu che sei bellissima”.
Lei mi ha risposto “Io non mi vedo bella”. In quel momento, in quel preciso istante, avrei voluto prendere tutta la bellezza del mondo e darla a lei, perché sapevo che lei la merita più di chiunque altro. Da quel momento tutto quello che faccio, davvero qualsiasi cosa, la prima cosa che penso è lei non lo può fare.
Un giorno spero di poter smettere di pensare questa frase non perché io mi dimentichi di lei, ma perché lei sarà in grado di fare quello che faccio io e molto di più.
Soprattutto molto di più. Perché lei è migliore. Di me sicuramente.